Il mosaico pavimentale nella Cattedrale di Otranto

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Una trama di stradine che si intrecciano tra di loro e che conducono e lambiscono alcuni monumenti imponenti e importanti, caratterizzano l’antichissima cittadina di Otranto, comune maggiormente esposto ad Oriente dell’intera penisola Italiana.

Sul punto più alto della cittadina, si erge la Cattedrale di Santa Maria Annunziata, costruita nel XII secolo sui precedenti resti di insediamenti messapici, romani e paleocristiani e consacrata nel 1088 dal Legato Pontificio Roffredo, durante il pontificato di Papa Urbano II.

La Cattedrale ha al suo interno un pavimento musivo, conservato nella quasi totalità delle sue parti, che ricopre la navata centrale, le seminavate laterali, l'abside e il presbiterio. Realizzato dal monaco Pantaleone tra il 1163 e il 1165, sotto il regno di Guglielmo il Malo, il mosaico non ha eguali con altri mosaici coevi, è una sorta di enciclopedia per immagini incredibilmente elaborata e complessa, che si presuppone avesse avuto scopo pedagogico per uomini del tempo, colti o popolani.

Iconografia e composizione

Le immagini raffigurate sono tratte dalla cultura dell’epoca: sono numerosi gli elementi propri della scultura romanica, dell'arte decorativa bizantina e araba, così come sono predominanti iconografie tratte dall’Antico Testamento. Nell’ammirare questa maestosa opera normanna, vi capiterà di imbattervi nei personaggi storici, come Alessandro Magno, in personaggi e figure mitiche, come Re Artù il Grifone, i Centauri, l’Unicorno, un Toro o una Sirena; in tematiche bibliche quali la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden, la vicenda di Caino e Abele, la costruzione della Torre di Babele oppure la rappresentazione del Diluvio Universale, per citarne alcuni. Quest’ultimo, illustrato nella navata laterale sinistra, si compone di due parti: il Paradiso e l’Inferno. Nel primo, area delle Redenzione, sono raffigurati i tre Patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe), nell’area della Dannazione, invece, è raffigurato un angelo con una bilancia, intento a giudicare i peccati dei dannati.

Ciò che maggiormente sorprende è l’abilità di Pantaleone di strutturare il racconto lungo tutto l’immenso Arbor Vitae, partendo dal vertice, ove potete scorgere la raffigurazione del Peccato Originale, le narrazioni si snocciolano tra i rami e le foglie dell’albero stesso. Il filo narrativo si dipana verso il basso; i rami e le foglie incorniciano alcuni medaglioni che racchiudono figure animali e umane appartenenti al mito (visibili nel presbiterio), e il ciclo dei mesi con le varie attività compiute dall’uomo sulla Terra, insieme ai segni zodiacali nei medaglioni (nella navata centrale).

In questa labirintica e minuziosa illustrazione teologica, ancora di difficile interpretazioni, l’occhio si perde e contempla l’estro e la manualità del Monaco basiliano, di origine greca, che ha regalato inconsapevolmente alla città di Otranto un’opera unica nel suo genere.